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Cicerone - Rhetorica - De Divinatione - Liber Ii - 15

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XV Concedam hoc ipsum, si vis, etsi magnam iacturam causae fecero, si ullam esse convenientiam naturae cum extis concessero. 35 Sed tamen eo concesso qui evenit, ut is qui impetrire velit convenientem hostiam rebus suis immolet? Hoc erat, quod ego non rebar posse dissolvi. At quam festive dissolvitur! Pudet me non tui quidem, cuius etiam memoriam admiror, sed Chrysippi, Antipatri, Posidoni, qui idem istuc quidem dicunt quod est dictum a te, ad hostiam deligendam ducem esse vim quandam sentientem atque divinam, quae toto confusa mundo sit. Illud vero multo etiam melius, quod et a te usurpatum est et dicitur ab illis: cum immolare quispiam velit, tum fieri extorum mutationem, ut aut absit aliquid aut supersit; deorum enim numini parere omnia. 36 Haec iam, mihi crede, ne aniculae quidem existimant. An censes eundem vitulum si alius delegerit, sine capite iecur inventurum; si alius, cum capite? Haec decessio capitis aut accessio subitone fieri potest, ut se exta ad immolatoris fortunam accommodent? Non perspicitis aleam quandam esse in hostiis deligendis, praesertim cum res ipsa doceat? Cum enim tristissuma exta sine capite fuerunt, quibus nihil videtur esse dirius, proxuma hostia litatur saepe pulcherrume. Ubi igitur illae minae superiorum extorum? Aut quae tam subito facta est deorum tanta placatio?


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XV
E,
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35
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36
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