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Cicerone - Rhetorica - De Divinatione - Liber Ii - 3

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III 8 Nam cum de divinatione Quintus frater ea disseruisset quae superiore libro scripta sunt, satisque ambulatum videretur, tum in bibliotheca quae in Lycio est adsedimus. Atque ego: "Adcurate tu quidem", inquam, "Quinte, et stoice Stoicorum sententiam defendisti, quodque me maxime delectat, plurimis nostris exemplis usus es, et iis quidem claris et inlustribus. Dicendum est mihi igitur ad ea quae sunt a te dicta, sed ita nihil ut adfirmem, quaeram omnia, dubitans plerumque et mihi ipse diffidens. Si enim aliquid certi haberem quod dicerem, ego ipse divinarem, qui esse divinationem nego. 9 Etenim me movet illud quod in primis Carneades quaerere solebat, quarumnam rerum divinatio esset. Earumne, quae sensibus perciperentur? At eas quidem cernimus, audimus, gustamus, olfacimus, tangimus. Num quid ergo in his rebus est, quod previsione aut permotione mentis magis quam natura ipsa sentiamus? Aut num nescio qui ille divinus, si oculis captus sit, ut Tiresias fuit, possit, quae alba sint, quae nigra dicere, aut, si surdus sit, varietates vocum aut modos noscere? Ad nullam igitur earum rerum quae sensu accipiuntur divinatio adhibetur. Atqui ne in iis quidem rebus quae arte tractantur divinatione opus est. Etenim ad aegros non vates aut hariolos, sed medicos solemus adducere; nec vero qui fidibus aut tibiis uti volunt ab haruspicibus accipiunt earum tractationem, sed a musicis. 10 Eadem in litteris ratio est reliquisque rebus, quarum est disciplina. Num censes eos, qui divinare dicuntur, posse rispondere, sol maiorne quam terra sit an tantus quantus videatur, lunaque suo lumine an solis utatur? sol, luna quem motum habeat? quem quinque stellae, quae errare dicuntur? Nec haec qui divini habentur profitentur se esse dicturos, nec eorum, quae in geometria describuntur, quae vera, quae falsa sint: sunt enim ea mathematicorum, non hariolorum.


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III
8
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