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Cicerone - Orationes - In Pisonem - 22

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[XXII] Et quoniam fortunarum contentionem facere coepimus, de reditu Gabini omittamus, quem, etsi sibi ipse praecidit, ego tamen os ut videam hominis exspecto; tuum, si placet, reditum cum meo conferamus. Ac meus quidem is fuit ut a Brundisio usque Romam agmen perpetuum totius Italiae viderit. Neque enim regio ulla fuit nec municipium neque praefectura aut colonia ex qua non ad me publice venerint gratulatum. Quid dicam adventus meos, quid effusiones hominum ex oppidis, quid concursus ex agris patrum familias cum coniugibus ac liberis, quid eos dies qui quasi deorum immortalium festi atque sollemnes apud omnis sunt adventu meo redituque celebrati? Vnus ille dies mihi quidem immortalitatis instar fuit quo in patriam redii, cum senatum egressum vidi populumque Romanum universum, cum mihi ipsa Roma prope convolsa sedibus suis ad complectendum conservatorem suum progredi visa est. Quae me ita accepit ut non modo omnium generum, aetatum, ordinum omnes viri ac mulieres omnis fortunae ac loci, sed etiam moenia ipsa viderentur et tecta urbis ac templa laetari. Me consequentibus diebus in ea ipsa domo qua tu me expuleras, quam expilaras, quam incenderas, pontifices, consules, patres conscripti conlocaverunt mihique, quod ante me nemini, pecunia publica aedificandam domum censuerunt. Habes reditum meum. Confer nunc vicissim tuum, quando quidem amisso exercitu nihil incolume domum praeter os illud tuum pristinum rettulisti. Qui primum qua veneris cum laureatis tuis lictoribus quis scit? Quos tu Maeandros, dum omnis solitudines persequeris, quae deverticula flexionesque quaesisti? quod te municipium vidit, quis amicus invitavit, quis hospes aspexit? Nonne tibi nox erat pro die, solitudo pro frequentia, caupona pro oppido, non ut redire ex Macedonia nobilis imperator sed ut mortuus infamis referri videretur?

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[robertaconte] - [2010-08-04 11:57:02]

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[degiovfe] - [2013-02-26 17:18:02]

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