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Cicerone - Epistulae - Ad Quintum - Ad Quintem Fratrem Iii - 9

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IX. Scr. Romae mense Decembri a.u.c. 700.
MARCUS QUINTO FRATRI SALUTEM.

1. De Gabinio nihil fuit faciendum istorum, quae a te amantissime cogitata sunt. Tote moi chanoi. Feci summa cum gravitate, ut omnes sentiunt, et summa cum lenitate, quae feci; illum neque ursi neque levavi: testis vehemens fui, praeterea quievi. Exitum iudicii foedum et perniciosum levissime tuli; quod quidem bonum mihi nunc denique redundat, ut iis malis rei publicae licentiaque audacium, qua ante rumpebar, nunc ne movear quidem, nihil est enim perditius his hominibus, his temporibus; 2. itaque, ex re publica quoniam nihil iam voluptatis capi potest, cur stomacher nescio. Litterae me et studia nostra et otium villaeque delectant maximeque pueri nostri. Angit unus Milo; sed velim finem afferat consulatus eius, in quo enitar non minus, quam sum enisus in nostro, tuque istinc, quod facis, adiuvabis. De quo cetera, nisi plane vis eripuerit, recte sunt; de re familiari timeo:

ho de mainetai ouk et' anekts,


qui ludos HS. CCCC comparet. Cuius in hoc uno inconsiderantiam et ego sustinebo, ut potero, et, tu ut possis, est tuorum nervorum. 3. De motu temporum venientis anni, nihil te intelligere volueram domestici timoris, sed de communi rei publicae statu, in quo etiamsi nihil procuro, tamen nihil curare vix possum; quam autem te velim cautum esse in scribendo, ex hoc coniicito, quod ego ad te ne haec quidem scribo, quae palam in re publica turbantur, ne cuiusquam animum meae litterae interceptae offendant. Quare domestica cura te levatum volo; in re publica scio quam sollicitus esse soleas. Video Messalam nostrum consulem: si per interregem, sine iudicio; si per dictatorem, tamen sine periculo: odii nihil habet; Hortensii calor multum valebit; Gabinii absolutio lex impunitatis putatur. 'En parrg: de dictatore tamen actum adhuc nihil est: Pompeius abest, Appius miscet; Hirrus parat, multi intercessores numerantur; populus non curat, principes nolunt, ego quiesco. 4. De mancipiis quod mihi polliceris, valde te amo, et sum equidem, uti scribis, et Romae et in praediis infrequens, sed cave, amabo, quidquam, quod ad meum commodum attineat, nisi maximo tuo commodo et maxima tua facultate, mi frater, cogitaris. 5. De epistula Vatinii, risi; sed me ab eo ita observari scio, ut eius ista odia non sorbeam solum, sed etiam concoquam. 6. Quod me hortaris, ut absolvam, habeo absolutum suave, mihi quidem uti videtur, ?pow ad Caesarem, sed quaero locupletem tabellarium, ne accidat quod Erigonae tuae, cui soli Caesare imperatore iter ex Gallia tutum non fuit. 7. Quid? si caementum bonum non haberem, deturbem aedificium? quod quidem mihi quotidie magis placet, in primisque inferior porticus et eius conclavia fiunt recte. De Arcano, Caesaris opus est vel mehercule etiam elegantioris alicuius; imagines enim istae et palaestra et piscina et Nilus multorum Philotimorum est, non Diphilorum; sed et ipsi ea adibimus et mittemus et mandabimus. 8. De Felicis testamento tum magis querere, si scias: quas enim tabulas se putavit obsignare, in quibus in unciis firmissimum tenes, eas verolapsus est per errorem et suum et Sicurae servinon obsignavit, quas noluit, eas obsignavit. All' oimzet nos modo valeamus. 9. Ciceronem et ut rogas amo et ut meretur et debeo; dimitto autem a me, et ut a magistris ne abducam et quod mater Porcia non discedit, sine qua edacitatem pueri pertimesco; sed sumus una tamen valde multum. Rescipsi ad omnia. Mi suavissime et optime frater, vale.


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[degiovfe] - [2017-09-14 16:20:21]

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