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Cicerone - Epistulae - Ad Quintum - Ad Quintem Fratrem Iii - 8

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VIII. Scr. Romae exeunte mense Novembri a.u.c. 700.
MARCUS QUINTO FRATRI SALUTEM.

1. Superiori epistulae quod respondeam, nihil est, quae plena stomachi et querelarum est, quo in genere alteram quoque te scribis pridie Labieno dedisse, qui adhuc non venerat; delevit enim mihi omnem molestiam recentior epistula. Tantum te et moneo et rogo, ut in istis molestiis et laboribus et desideriis recordere, consilium nostrum quod fuerit profectionis tuae; non enim commoda quaedam sequebamur parva ac mediocria, quid enim erat, quod discessu nostro emendum putaremus? praesidium firmissimum petebamus ex optimi et potentissimi viri benevolentia ad omnem statum nostrae dignitatis. Plura ponuntur in spe, quam petimus: reliqua ad iacturam reserventur. Quare, si crebro referes animum tuum ad rationem et veteris consilii nostri et spei, facilius istos militiae labores ceteraque, quae te offendunt, feres, et tamen, cum voles, depones, sed eius rei maturitas nequedum venit et tamen iam appropinquat. 2. Etiam illud te admoneo, ne quid ullis litteris committas, quod si prolatum sit, moleste feramus: multa sunt, quae ego nescire malo quam cum aliquo periculo fieri certior. Plura ad te vacuo animo scribam, cum, ut spero, se Cicero meus belle habebit. Tu velim cures, ut sciam, quibus nos dare oporteat eas, quas ad te deinde litteras mittemus, an Labieni; ubi enim isti sint Nervii et quam longe absint, nescio. 3. De virtute et gravitate Caesaris, quam in summo dolore adhibuisset, magnam ex epistula tua accepi voluptatem. Quod me institutum ad illum poema iubes perficere, etsi distentus cum opera, tum animo sumo multo magis, tamen, quoniam ex epistula, quam ad te miseram, cognovit Caesar me aliquid esse exorsum, revertar ad institutum idque perficiam his supplicationum otiosis diebus, quibus Messallam iam nostrum reliquosque molestia levatos vehementer gaudeo, eumque quod certum consulem cum Domitio numeratis, nihil a nostra opinione dissentitis. Ego Messallam Caesari praestabo. Sed Memmius in adventu Caesaris habet spem, in quo illum puto errare; hic quidem friget, Scaurum autem iampridem Pompeius abiecit. 4. Res prolatae; ad interregnum comitia adducta; rumor dictatoris iniucundus bonis, mihi etiam magis, quae loquuntur, sed tota res et timetur et refrigescit. Pompeius plane se negat velle; antea mihi ipse non negabat. Hirrus auctor fore videtur: o di, quam ineptus! quam se ipse amans sine rivali! Crassum Iunianum, hominem mihi deditum, per me deterruit. Velit nolit, scire difficile est; Hirro tamen agente nolle se non probabit. Aliud hoc tempore de re publica nihil loquebantur; agebatur quidem certe nihil. 5. Serrani Domestici filii funus perluctuosum fuit a. d. VIII. Kal. Decembr.: laudavit pater scripto meo. 6. Nunc de Milone. Pompeius ei nihil tribuit, omnia Guttae dicitque se perfecturum, ut in illum Caesar incumbat: hoc horret Milo, nec iniuria, et, si ille dictator factus sit, paene diffidit. Intercessorem dictaturae si iuverit manu et praesidio suo, Pompeium metuit inimicum; si non iuverit, timet, ne per vim perferatur. Ludos apparat magnificentissimos, sic, inquam, ut nemo sumptuosiores: stulte bis terque non postulatos, vel quia munus magnificum dederat, vel quia facultates non erant, vel quia potuerat magistrum se, non aedilem putare. Omnia fere scripsi. Cura, mi carissime frater, ut valeas.


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[degiovfe] - [2017-09-14 16:16:25]

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