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Cicerone - Epistulae - Ad Quintum - Ad Quintem Fratrem Ii - 15

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XV. Scr. Romae exeunte mense Sextili a.u.c. 700.
MARCUS QUINTO FRATRI SALUTEM.

1. Cum a me litteras librarii manu acceperis, ne paullum quidem me otii habuisse iudicato, cum autem mea, paullum: sic enim habeto, numquam me a causis et iudiciis districtiorem fuisse atque id anni tempore gravissimo et caloribus maximis. Sed haec, quoniam tu ita praescribis, ferenda sunt, neque committendum, ut aut spei aut cogitationi vestrae ego videar defuisse, praesertim cum, si id difficilius fuerit, tamen ex hoc labore magnam gratiam magnamque dignitatem sim collecturus. Itaque, ut tibi placet, damus operam, ne cuius animum offendamus atque ut etiam ab iis ipsis, qui nos cum Caesare tam coniunctos dolent, diligamur, ab aequis vero aut etiam propensis in hanc partem vehementer et colamur et amemur. 2. De ambitu cum atrocissime ageretur in senatu multos dies, quod ita erant progressi candidati consulares, ut non esset ferendum, in senatu non fui: statui ad nullam medicinam rei publicae sine magno praesidio accedere. 3. Quo die haec scripsi, Drusus erat de praevaricatione a tribunis aerariis absolutus, in summa quattuor sententiis, cum senatores et equites damnassent. Ego eodem die post meridiem Vatinium eram defensurus: ea res facilis est. Comitia in mensem Septembrem reiecta sunt. Scauri iudicium statim exercebitur, cui nos non deerimus. Sundepnouw Sofoxlouw, quamquam a te actam fabellam video esse festive, nullo modo probavi. 4. Venio nunc ad id, quod nescio an primum esse debuerit: o iucundas mihi tuas de Britannia litteras! Timebam Oceanum, timebam litus insulae: reliqua non equidem contemno, sed plus habent tamen spei quam timoris, magisque sum sollicitus exspectatione ea quam metu. Te vero pyesin scribendi egregiam habere video: quos tu situs, quas naturas rerum et locorum, quos mores, quas gentes, quas pugnas, quem vero ipsum imperatorem habes! Ego te libenter, ut rogas, quibus rebus vis, adiuvabo et tibi versus, quos rogas, glax' e?w 'Aynaw, mittam. 5. Sed heus tu, celari videor a te: quomodonam, mi frater, de nostris versibus Caesar? nam primum librum se legisse scripsit ad me ante, et prima sic, ut neget se ne Graeca quidem meliora legisse; reliqua ad quendam locum rayumterahoc enim utitur verbo. Dic mihi verum: num aut res eum aut xaraxtr non delectat? nihil est, quod vereare; ego enim ne pilo quidem minus te amabo. Hac de re filalhyw et, ut soles scribere, fraterne.


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[degiovfe] - [2017-09-14 16:13:53]

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