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Cicerone - Epistulae - Ad Quintum - Ad Quintem Fratrem Ii - 8

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VIII. Scr. mense Maio a.u.c. 699.
MARCUS QUINTO FRATRI SALUTEM.

1. Tu metuis, ne me interpelles? Primum, si in isto essem, tu scis, quid sit interpellare; an te a te is? mehercule mihi docere videris istius generis humanitatem, qua quidem ego nihil utor abs te. Tu vero ut me et appelles et interpelles et obloquare et colloquare velim; quid enim mihi suavius? non mehercule quisquam mousoptaxtow libentius sua recentia poemata legit, quam ego te audio quacumque de re, publica privata, rustica urbana; sed mea factum est insulsa verecundia, ut te proficiscens non tollerem: opposuisti semel nantlexton causam, Ciceronis nostri valetudinem, conticui; iterum Cicerones, quievi. 2. Nunc mihi iucunditatis plena epistula hoc aspersit molestiae, quod videris, ne mihi molestus esses, veritus esse atque etiam nunc vereri. Litigarem tecum, si fas esset; sed mehercule, istuc si umquam suspicatus ero, nihil dicam aliud nisi verebor, ne quando ego tibi, cum sum una, molestus sim. Video te ingemuisse. Sic fit, e?d' ?n aa ?jhsaw: numquam enim dicam, ?a psaw. Marium autem nostrum in lecticam mehercule coniecissemnon illam regis Ptolemaei Anicianam; memini enim, cum hominem portarem ad Baias Neapoli octophoro Aniciano machaerophoris centum sequentibus, miros risus nos edere, cum ille ignarus sui comitatus repente aperuit lecticam et paene ille timore, ego risu corrui, hunc, ut dico, certe sustulissem, ut aliquando subtilitatem veteris urbanitatis et humanissimi sermonis attingerem; sed hominem infirmum in villam apertam ac ne rudem quidem etiam nunc invitare nolui. 3. Hoc vero mihi peculiare fuerit, hic etiam isto frui; nam illorum praediorum scito mihi vicinum Marium lumen esse. Apud Anicium videbimus ut paratum sit; nos enim ita philologi sumus, ut vel cum fabris habitare possimushabemus hanc philosophiam non ab Hymetto, sed ab araxira, Marius et valetudine est et natura imbecillior. 4. De interpellatione, tantum sumam a vobis temporis ad scribendum, quantum dabitis. Utinam nihil detis, ut potius vestra iniuria quam ignavia mea cessem! De re publica nimium te laborare doleo et meliorem civem esse quam Philoctetam, qui accepta iniuria ea spectacula quaerebat, quae tibi acerba esse video. Amabo te, advolaconsolabor te et omnem abstergebo doloremet adduc, si me amas, Marium; sed approperate. Hortus domi est.


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[degiovfe] - [2017-09-14 13:23:13]

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