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Cicerone - Epistulae - Ad Quintum - Ad Quintem Fratrem Ii - 7

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VII. Scr. Romae mense Februario a.u.c. 699.
MARCUS QUINTO FRATRI SALUTEM.

1. Placiturum tibi esse librum meum suspicabar: tam valde placuisse, quam scribis, valde gaudeo. Quod me admones de nostra Urania suadesque, ut meminerim Iovis orationem, quae est in extremo illo libro, ego vero memini et illa omnia mihi magis scripsi quam ceteris. 2. Sed tamen postridie, quam tu es profectus, multa nocte cum Vibullio veni ad Pompeium, cumque ego egissem de istis operibus atque inscriptionibus, per mihi benigne respondit: magnam spem attulit; cum Crasso se dixit loqui velle mihique, ut idem facerem, suasit. Crassum consulem ex senatu domum reduxi, suscepit rem dixitque esse, quod Clodius hoc tempore cuperet per se et per Pompeium consequi; putare se, si ego eum non impedirem, posse me adipisci sine contentione, quod vellem; totum ei negotium permisi meque in eius potestate dixi fore; interfuit huic sermoni P. Crassus adolescens, nostri, ut scis, studiosissimus. Illud autem, quod cupit Clodius, est legatio aliquasi minus per senatum, per populumlibera aut Byzantium aut ad Brogitarum aut utrumque: plena res nummorum; quod ego non nimium laboro, etiamsi minus assequor, quod volo. Pompeius tamen cum Crasso locutus est: videntur negotium suscepisse. Si perficiunt, optime; si minus, ad nostrum Iovem revertamur. 2. A. d. III. Idus Febr. senatus consultum est factum de ambitu in Afranii sententiam, contra quam ego dixeram, cum tu adesses; sed magno cum gemitu senatus consules non sunt persecuti eorum sententias, qui, Afranio cum essent assensi, addiderunt, ut praetores ita crearentur, ut dies sexaginta privati essent: eo die Catonem plane repudiarunt. Quid multa? tenent omnia, idque ita omnes intelligere volunt.


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[degiovfe] - [2017-09-14 13:20:05]

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