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Cicerone - Epistulae - Ad Quintum - Ad Quintem Fratrem Ii - 2

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II. Scr. Romae XIV. Kal. Febr. a.u.c. 698.
MARCUS QUINTO FRATRI SALUTEM.

1. Non occupationequamquam eram sane impeditus, sed parvula lippitudine adductus sum, ut dictarem hanc epistulam et non, ut ad te soleo, ipse scriberem. Et primum me tibi excuso in eo ipso, in quo te accuso; me enim nemo adhuc rogavit, num quid in Sardiniam vellem, te puto saepe habere, qui, num quid Romam velis, quaerant. Quod ad me de Lentuli et Sestii nomine scripsisti, locutus sum cum Cincip: quoquo modo res se habet, non est facillima, sed habet profecto quiddam Sardinia appositum ad recordationem praeteritae memoriae; nam, ut ille Gracchus augur, posteaquam in istam provinciam venit, recordatus est, quid sibi in campo Martio comitia consulum habenti contra auspicia accidisset, sic tu mihi videris in Sardinia de forma Numisiana et de nominibus Pomponianis in otio recogitasse. Ego adhuc emi nihil: Culleonis auctio facta est; Tusculano emptor nemo fuit; 2. si condicio valde bona fuerit, fortasse non omittam. De aedificatione tua Cyrum urgere non cesso: spero eum in officio fore; sed omnia sunt tardiora propter furiosae aedilitatis exspectationem; nam comitia sine mora futura videntur: edicta sunt in a.d. XI. Kal. Febr.. Te tamen sollicitum esse nolo: omne genus a nobis cautionis adhibebitur. 3. De rege Alexandrino factum est senatus consultum, cum multitudine eum reduci periculosum rei publicae videri: reliqua cum esset in senatu contentio, Lentulusne an Pompeius reduceret, obtinere causam Lentulus videbatur. In ea re nos et officio erga Lentulum mirifice et voluntati Pompeii praeclare satisfecimus, sed per obtrectatores Lentuli calumnia extracta res est: consecuti sunt dies comitiales, per quos senatus haberi non poterat. Quid futurum sit latrocinio tribunorum, non divino, sed tamen suspicor per vim rogationem Caninium perlaturum. In ea re Pompeius quid velit, non dispicio: familiares eius quid cupiant, omnes vident; creditores vero regis aperte pecunias suppeditant contra Lentulum. Sine dubio res a Lentulo remota videtur esse, cum magno meo dolore, quamquam multa fecit, quare, si fas esset, iure ei suscensere possemus. 4. Tu, si ista expedisti, velim quam primum bona et certa tempestate conscendas ad meque venias; innumerabiles enim res sunt, in quibus te quotidie in omni genere desiderem. Tui nostrique valent. XIIII. Kal. Februarias.


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[degiovfe] - [2017-09-14 13:13:03]

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