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Cicerone - Epistulae - Ad Quintum - Ad Quintem Fratrem I - 02 04

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IV. 12. Quod ad me de Hermia scribis, mihi mehercule valde molestum fuit. Litteras ad te parum fraterne scripseram, quas oratione Diodoti, Luculli liberti, commotus, de pactione statim quod audieram, iracundius scripseram et revocare cupiebam: huic tu epistulae non fraterne scriptae fraterne debes ignoscere. 13. De Censorino, Antonio, Cassiis, Scaevola, te ab iis diligi, ut scribis, vehementer gaudeo. Cetera fuerunt in eadem epistula graviora, quam vellem: ryn tn nan et 'paj yane?n. Maiora ista; meae obiurgationes fuerunt amoris plenissimae: questus sum nonnulla, sed tamen mediocria et parva potius. Ego te numquam ulla in re dignum minima reprehensione putassem, cum te sanctissime gereres, nisi inimicos multos haberemus. Quae ad te aliqua cum admonitione aut obiurgatione scripsi, scripsi propter diligentiam cautionis meae, in qua et maneo et manebo et, idem ut facias, non desistam rogare. 14. Attalus Hypaepenus mecum egit, ut se ne impedires, quo minus, quod ad Q. Publiceni statuam decretum est, erogaretur: quod ego te et rogo et admoneo, ne talis viri tamque nostri necessarii honorem minui per te aut impediri velis. Praeterea Aesopi, nostri familiaris, Licinius servus tibi notus aufugit: is Athenis apud Patronem Epicureum pro libero fuit: inde in Asiam venit; postea Plato quidam Sardianus, Epicureus, qui Athenis solet esse multum et qui tum Athenis fuerat, cum Licinius eo venisset, cum eum fugitivum esse postea ex Aesopi litteris cognosset, hominem comprehendit et in custodiam Ephesi tradidit, sed, in publicam vel in pistrinum, non satis ex litteris eius intelligere potuimus: tu, quoquo modo est, quoniam Ephesi est, hominem investiges velim summaque diligentia vel tecum deducas. Noli spectare, quanti homo sit; parvi enim pretii est, qui iam nihili est; sed tanto dolore Aesopus est affectus propter servi scelus et audaciam, ut nihil ei gratius facere possis, quam si illum per te recuperarit.


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[degiovfe] - [2017-07-13 12:49:56]

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