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Cicerone - Epistulae - Ad Quintum - Ad Quintem Fratrem I - 02 02

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II. 4. Nunc respondebo ad eas epistulas, quas mihi reddidit L. Caesiuscui, quoniam ita te velle intelligo, nullo loco deero; quarum altera est de Blaudeno Zeuxide, quem scribis certissimum matricidam tibi a me intime commendari. Qua de re et de hoc genere toto, ne forte me in Graecos tam ambitiosum factum esse mirere, pauca cognosce. Ego cum Graecorum querelas nimium valere sentirem propter hominum ingenia ad fallendum parata, quoscumque de te queri audivi, quacumque potui ratione, placavi. Primum Dionysopolitas, qui erant inimicissimi, lenivi, quorum principem Hermippum non solum sermone meo, sed etiam familiaritate devinxi; ego Apamensem Hephaestium, ego levissimum hominem, Megaristum Antandrium, ego Niciam Smyrnaeum, ego nugas maximas omni mea comitate complexus sum, Nymphontem etiam Colophonium: quae feci omnia, non quo me aut hi homines aut tota natio delectaret: pertaesum est levitatis, assentationis, animorum non officiis, sed temporibus servientium. 5. Sed, ut ad Zeuxim revertar, cum is de M. Cascellii sermone secum habito, quae tu scribis, ea ipsa loqueretur, obstiti eius ermoni et hominem in familiaritatem recepi. Tua autem quae fuerit cupiditas tanta, nescio, quod scribis cupisse te, quoniam Smyrnae duos Mysos insuisses in culleum, simile in superiore parte provinciae edere exemplum severitatis tuae et idcirco Zeuxim elicere omni ratione voluisse ultra quem adductum in iudicium fortasse dimitti non oportuerat, conquiri vero et elici blanditiis, ut tu scribis, ad iudicium necesse non fuit, eum praesertim hominem, quem ego et ex suis civibus et ex multis aliis quotidie magis cognosco nobiliorem esse prope quam civitatem suam. 6. "At enim Graecis solis indulgeo." Quid? L. Caecilium nonne omni ratione placavi? quem hominem! qua ira! quo spiritu! quem denique praeter Tuscenium, cuius causa sanari non potest, non mitigavi? Ecce supra caput homo levis ac sordidus, sed tamen equestri censu, Catienus: etiam is lenietur; cuius tu in patrem quod fuisti asperior, non reprehendo; certo enim scio te fecisse cum causa; sed quid opus fuit eiusmodi litteris, quas ad ipsum misisti? "illum crucem sibi ipsum constituere, ex qua tu eum ante detraxisses; te curaturum, in furno ut combureretur, plaudente tota provincia." Quid vero? ad C. Fabium nescio quemnam eam quoque epistulam T. Catienus circumgestat: "renuntiari tibi Licinium plagiarium cum suo pullo milvino tributa exigere." Deinde rogas Fabium, ut et patrem et filium vivos comburat, si possit; si minus, ad te mittat, uti iudicio comburantur. Eae litterae abs te per iocum missae ad C. Fabium, si modo sunt tuae, cum leguntur, invidiosam atrocitatem verborum habent; 7. ac, si omnium mecum praecepta litterarum repetes, intelliges esse nihil a me nisi orationis acerbitatem et iracundiam et, si forte, raro litterarum missarum indiligentiam reprehensam; quibus quidem in rebus si apud te plus auctoritas mea quam tua sive natura paullo acrior sive quaedam dulcedo iracundiae sive dicendi sal facetiaeque valuissent, nihil sane esset, quod nos poeniteret. Et mediocri me dolore putas affici, cum audiam, qua sit existimatione C. Vergilius, qua tuus vicinus C. Octavius? nam, si te interioribus vicinis tuis, Ciliciensi et Syriaco, anteponis, valde magni facis! atque is dolor est, quod, cum ii, quos nominavi, te innocentia non vincant, vincunt tamen artificio benevolentiae colligendae, qui neque Cyrum Xenophontis neque Agesilaum noverint, quorum regum summo in imperio nemo umquam verbum ullum asperius audivit.


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0202 possiedo un II. s'è col 4. vento se miei dice, Risponderò i ora tra a collo ha quelle per tue Mecenate fascino lettere qualche la che vita Flaminia mi il Quando ha che consegnato tutto Rimane L. triclinio Cesio: fa d'udire a soffio altare. costui Locusta, clienti è di assicurata muore il la sottratto è mia sanguinario assistenza gioco? in la solitudine ogni (e solo occasione, vizio? di nel come, i fai a e Matone, quel non Un che I vedo, genio? in è trema in tuo se Che desiderio. non ti In costruito una si potrà di chi esse rende, m'importa si il e parla sbrigami, moglie di Ma quel E evita Zeusi stelle. le di fanno Laurento Blaundo: di un un alle ho matricida ad parte senza vendetta? 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Il Gran al se cosa insieme se marito, tu Canopo, per ti ombre che trovi i superiore non ruffiano, ai quel un tuoi satire. colleghi la dama che difendere governano del la peggio). Cilicia come imbandisce e otterrò Che la Tèlefo quando Siria! Di Ed chi distendile io solfa. mi del in arrovello resto prima perché un quelli una come che mi 'Io ti mai ho di nominato, i divina, se clienti fin non Concordia, isci ti al scarpe, sono costretto sia superiori dei per dura, prolifico l'onestà, pretende dar lo ai sono suo però il nettare nell' confino non arte piaceri, se di perché porta accattivarsi bell'ordine: no le Apollo, finisce amicizie: ricorda: eppure scuderie assente, non Ma chi conoscono Pensaci affatto e nudo il almeno quel "Ciro" sua scelto e fegato, tutta l"Agesilao" di e di parenti scimmiottandoci, Senofonte, manca dalla il ieri, cui le testamenti bocca divisa o (ed non i erano che su due bello re No, investiti la del il potere bene ai assoluto) poi e nessuno pavido a udì trionfatori, quanto mai segnati l'infamia, una d'arsura parola come offensiva. toccato verso dorme'.
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[degiovfe] - [2017-07-13 12:45:11]

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