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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 16 - 12

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XII. Scr. Capuae IV. Kal. Februarias a.u.c. 705.
TULLIUS S. D. TIRONI SUO.

Quo in discrimine versetur salus mea et bonorum omnium atque unversae rei publicae, ex eo scire potes, quod domos nostras et patriam ipsam vel diripiendam vel inflammandam reliquimus: in eum locum res deducta est, ut, nisi qui deus vel casus aliquis subvenerit, salvi esse nequeamus. Equidem, ut veni ad urbem, non destiti omnia et sentire et dicere et facere, quae ad concordiam pertinerent; sed mirus invaserat furor non solum improbis, sed etiam iis, qui boni habentur, ut pugnare cuperent me clamante nihil esse bello civili miserius. Itaque, quum Caesar amentia quadam raperetur et oblitus nominis atque honorum suorum Ariminum, Pisaurum, Anconam, Arretium occupavisset, urbem reliquimus: quam sapienter aut quam fortiter, nihil attinet disputari; quo quidem in casu simus, vides. Ferunter omnino condiciones ab illo, ut Pompeius eat in Hispaniam, delectus, qui sunt habiti, et praesidia nostra dimittantur; se ulteriorem Galliam Domitio, citeriorem Considio Nonianohis enim obtigerunttraditurum; ad consulatus petitionem se venturum, neque se iam velle absente se rationem haberi suam; se praesentem trinum nundinum petiturum. Accepimus condiciones, sed ita, ut removeat praesidia ex iis locis, quae occupavit, ut sine metu de iis ipsis condicionibus Romae senatus haberi possit. Id ille si fecerit, spes est pacis, non honestaeleges enim imponuntur, sed quidvis est melius quam sic esse, ut sumus; sin autem ille suis condicionibus stare noluerit, bellum paratum est, eiusmodi tamen, quod sustinere ille non possit, praesertim quum a suis condicionibus ipse fugerit, tantummodo ut eum intercludamus, ne ad urbem possit accedere, quod sperabamus fieri posse; delectus enim magnos habebamus putabamusque illum metuere, si ad urbem ire coepisset, ne Gallias amitteret, quas ambas habet inimicissimas praeter Transpadanos, ex Hispaniaque sex legiones et magna auxilia Afranio et Petreio ducibus habet a tergo: videtur, si insaniet, posse opprimi, modo ut urbe salva. Maximam autem plagam accepit, quod is, qui summam auctoritatem in illius exercitu habebat, T. Labienus, socius sceleris esse noluit: reliquit illum et nobiscum est, multique idem facturi esse dicuntur. Ego adhuc orae maritimae praesum a Formiis: nullum maius negotium suscipere volui, quo plus apud illum meae litterae cohortationesque ad pacem valerent; sin autem erit bellum, video me castris et certis legionibus praefuturum. Habeo etiam illam molestiam, quod Dolabella noster apud Caesarem est. Haec tibi nota esse volui, quae cave ne te perturbent et impediant valetudinem tuam. Ego A. Varroni, quem quum amantissimum mei cognovi, tum etiam valde tui studiosum, diligentissime te commendavi, ut et valetudinis tuae rationem haberet et navigationis et totum te susciperet ac tueretur: quem omnia facturum confido; recepit enim et mecum locutus est suavissime. Tu, quoniam eo tempore mecum esse non potuisti, quo ego maxime operam et fidelitatem desideravi tuam, cave festines aut committas, ut aut aeger aut hieme naviges: numquam sero te venisse putabo, si salvus veneris. Adhuc neminem videram, qui te postea vidisset quam M. Volusius, a quo tuas litteras accepi: quod non mirabar; neque enim meas puto ad te litteras tanta hieme perferri. Sed da operam, ut valeas et, si valebis, quum recte navigari poterit, tum naviges. Cicero meus in Formiano erat, Terentia et Tullia Romae. Cura, ut valeas. IIII K. Februar. Capua.


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[degiovfe] - [2017-07-13 19:54:22]

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