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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 16 - 1

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I. Scr. in itinere III. Non. Nov. a.u.c. 704.
TULLIUS TIRONI SUO SAL. PLUR. DIC. ET CICERO MEUS ET FRATER ET FRATRIS F.

Paullo facilius putavi posse me ferre desiderium tui, sed plane non fero et, quamquam magni ad honorem nostrum interest quam primum ad urbem me venire, tamen peccasse mihi videor, qui a te discesserim; sed, quia tua voluntas ea videbatur esse, ut prorsus nisi confirmato corpore nolles navigare, approbavi tuum consilium, neque nunc muto, si tu in eadem es sententia; sin autem, posteaquam cibum cepisti, videris tibi posse me consequi, tuum consilium est. Marionem ad te eo misi, ut aut tecum ad me quam primum veniret aut, si tu morarere, statim ad me rediret. Tu autem tibi hoc persuade: si commodo valetudinis tuae fieri possit, nihil me malle quam te esse mecum; si autem intelliges opus esse te Patris convalescendi causa paullum commorari, nihil me malle quam te valere. Si statim navigas, nos Leucade consequere; sin te confirmare vis, et comites et tempestates et navem idoneam ut habeas, diligenter videbis. Unum illud, mi Tiro, videto, si me amas, ne te Marionis adventus et hae litterae moveant: quod valetudini tuae maxime conducet, si feceris, maxime obtemperaris voluntati meae. Haec pro tuo ingenio considera. Nos ita te desideramus, ut amemus; amor, ut valentem videamus, hortatur, desiderium, ut quam primum: illud igitur potius. Cura ergo potissimum, ut valeas: de tuis innumerabilibus in me officiis erit hoc gratissimum. III Non. Nov.


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