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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 12 - 30

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XXX. Scr. Romae exeunte mense Maio a.u.c. 711.
CICERO CORNIFICIO SAL.

Itane? praeter litigatores nemo ad te meas litteras? Multae istae quidem; tu enim perfecisti, ut nemo sine litteris meis tibi se commendatum putaret; sed quis umquam tuorum mihi dixit esse, cui darem, quin dederim? aut quid mihi iucundius quam, quum coram tecum loqui non possim, aut scribere ad te aut tuas legere litteras? illud magis mihi solet esse molestum, tantis me impediri occupationibus, ut ad te scribendi meo arbitratu facultas nulla detur; non enim te epistulis, sed voluminibus lacesserem, quibus quidem me a te provocari oportebat; quamvis enim occupatus sis, otii tamen plus habes; aut, si ne tu quidem vacas, noli impudens esse nec mihi molestiam exhibere et a me litteras crebiores, quum tu mihi raro mittas, flagitare. Nam, quum antea distinebar maximis occupationibus, propterea quod omnibus curis rem publicam mihi tuendam putabam, tum hoc tempore multo distineor vehementius; ut enim gravius aegrotant ii, qui, quum levati morbo viderentur, in eum de integro inciderunt, sic vehementius nos laboramus, qui profligato bello ac paene sublato renovatum bellum gerere cogamur. Sed haec hactenus. Tu tibi, mi Cornifici, fac ut persuadeas non esse me tam imbecillo animo, ne dicam inhumano, ut a te vinci possim aut officiis aut amore. Non dubitabam equidem, verumtamen multo mihi notiorem amorem tuum effecit Chaerippus. O hominem semper illum quidem mihi aptum, nunc vero etiam suavem! vultus mehercule tuos mihi expressit omnes, non solum animum ac verba pertulit; itaque noli vereri, ne tibi suscensuerim, quod eodem exemplo ad me, quo ad ceteros: requisivi equidem proprias ad me unum litteras, sed neque vehementer et amanter. De sumptu, quem te in rem militarem facere et fecisse dicis, nihil sane possum tibi opitulari, propterea quod et orbus est senatus consulibus amissis et incredibiles angustiae pecuniae publicae, quae conquiritur undique, ut optime meritis militibus promissa solvantur, quod quidem fieri sine tributo posse non arbitror. De Attio Dionysio, nihil puto esse, quoniam mihi nihil dixit Tratorius. De P. Lucceio, nihil tibi concedo, quo studiosor eius sis, quam ego sum; est enim nobis necessarius; sed, a magistris quum contenderem de proferendo die, probarunt mihi sese, quo minus id facerent, et compromisso et iure iurando impediri; quare veniendum arbitror Lucceio: quamquam, si meis litteris obtemperavit, quum tu haec leges, illum Roame esse oportebit. Ceteris de rebus maximaeque de pecunia, quum Pansae mortem ignorares, scripsisti, quae per nos ab eo consequi te posse arbitrarere: quae te non fefellissent, si viveret, nam te diligebat; post mortem autem eius quid fieri posset non videbamus. De Venuleio, Latino, Horatio, valde laudo: illud non nimium probo, quod scribis, quo illi animo aequiore ferrent, te tuis etiam legatis lictores ademissehonore enim digni cum ignominia dignis non erant comparandi., euosque, ex senatus consulto si non decedunt, cognendos, ut decedant, existimo. Haec fere ad eas litteras, quas eodem exemplo binas accepi: de reliquo, velim tibi persuadeas non esse mihi meam dignitatem tua cariorem.


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[mastra] - [2016-12-29 19:27:35]

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