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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 11 - 16

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XVI. Scr. mense incerto (exeunte Aprili?) a.u.c. 711.
M. CICERO D. BRUTO COS. DESIG. S. D.

Permagni interest, quo tibi haec tempore epistula reddita sit, utrum cum sollicitudinis aliquid haberes, an cum ab omni molestia vacuus esses: itaque ei praecepi, quem ad te misi, ut tempus observaret epistulae tibi reddendae: nam, quemadmodum coram, qui ad nos intempestive adeunt, molesti saepe sunt, sic epistulae offendunt non loco redditae; si autem, ut spero, nihil te perturbat, nihil impedit, et ille, cui mandavi satis scite et commode tempus ad te cepit adeundi, confido me, quod velim, facile a te impetraturum. L. Lamia praeturam petit. Hoc ego utor uno omnium plurimum: magna vetustas, magna consuetudo intercedit, quodque plurimum valet, nihil mihi eius est familiaritate iucundius. Magno praeterea beneficio eius magnoque merito sum obligatus; nam Clodianis temporibus, cum equestris ordinis princeps esset proque mea salute acerrime propugnaret, a Gabinio consule relegatus est, quod ante id tempus civi Romano Romae contigit nemini. Hoc cum populus Romanus meminit, me ipsum non meminisse turpissimum est. Quapropter persuade tibi, mi Brute, me petere praeturam; quamquam enim Lamia summo splendore, summa gratia est magnificentissimo munere aedilicio, tamen, quasi ea ita non essent, ego suscepi totum negotium. Nunc si me tanti facis, quanti certi facis, quoniam equitum centurias tenes, in quibus regnas, mitte ad Lupum nostrum, ut is nobis eas enturias conficiat. Non tenebo te pluribus; ponam in extremo, quod sentio: nihil est, Brute, cum omnia a te exspectem, quod mihi gratius facere possis.


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MARCO
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Importa
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Lucio
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Perciò
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[biancafarfalla] - [2017-09-17 20:53:29]

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