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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 8 - 9

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IX. Scr. Romae a. d. IV. Non. Septembres a.u.c. 703.
CAELIUS CICERONI SAL.

"Sic tu," inquis, "Hirrum tractasti?" immo, si scias, quam facile, quam ne contentionis quidem minimae fuerit, pudeat te ausum illum umquam esse incedere tamquam tuum competitorem. Post repulsam vero risus facit: civem bonum ludit et contra Caesarem sententias dicit; exspectationem corripit; Curionem prorsus curionem non mediocriter obiurgatus ac repulsa se mutavit. Praeterea, qui numquam in foro apparuerit, non multum in iudiciis versatus sit, agit causas liberales, sed raro post meridiem. De provinciis quod tibi scripseram Idibus Sext. actum iri, interpellavit iudicium Marcelli, consulis designati: in Kal. reiecta res est; ne frequentiam quidem efficere potuerant. Has litteras a. d. IV. Non. Septembres dedi, cum ad eam diem ne profligatum quidem quidquam erat. Ut video, causa haec integra in proximum annum transferetur, et, quantum divino, relinquendus tibi erit, qui provinciam obtineat; nam non expeditur successio, quoniam Galliae, quae habent intercessorum, in eandem condicionem, quam ceterae provinciae, vocantur. Hoc mihi non est dubium; quo tibi magis scripsi, ut ad hunc eventum te parares. Fere litteris omnibus tibi de pantheris scripsi: turpe tibi erit Patiscum Curioni decem pantheras misisse, te non multis partibus plures; quas ipsas Curio mihi et alias Africanas decem donavit, ne putes illum tantum praedia rustica dare scire. Tu, si modo memoria tenueris et Cibyratas arcessieris itemque in Pamphyliam litteras miserisnam ibi plures capi aiunt, quod voles, efficies. Hoc vehementius laboro nunc, quod seorsus a collega puto mihi omnia paranda. Amabo te, impera tibi hoc. Curare soles libenter, ut ego maiorem partem nihil curare: in hoc negotio nulla tua nisi loquendi cura est, hoc est imperandi et mandandi; nam, simulatque erunt captae, qui alant eas et deportent, habes eos, quos ad Sittianam syngrapham misi; puto etiam, si ullam spem mihi litteris ostenderis, me isto missurum alios. M. Feridium, equitem Romanum, amici mei filium, bonum et strenuum adolescentem, qui ad suum negotium istuc venit, tibi commendo et te rogo, ut eum in tuorum numero habeas: agros, quos fructuarios habent civitates, vult tuo beneficio, quod tibi facile et honestum factu sit, immunes esse; gratos et bonos viros tibi obligaris. Nolo te putare Favonium a columnariis praeteritum: optimus quisque eum non fecit. Pompeius tuus aperte non vult Caesarem et provinciam tenere cum exercitu et consulem esse; ipse tamen hanc sententiam dixit, nullum hoc tempore senatus consultum faciendum, Scipio hanc, ut Kal. Martiis de provinciis Galliis, neu quid coniunctim referretur; contristavit haec sententia Balbum Cornelium, et scio eum quaestum esse cum Scipione. Calidus in defensione sua fuit disertissimus, in accusatione satis frigidus.


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[biancafarfalla] - [2017-09-07 17:09:33]

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