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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 8 - 5

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V. Scr. Romae mense Sextili (ante Id.) a.u.c. 703.
CAELIUS CICERONI SAL.

Qua tu cura sis, quod ad pacem provinciae tuae finitimarumque regionum attinet, nescio: ego quidem vehementer animi pendeo; nam, si hoc more moderari possemus, ut pro viribus copiarum tuarum belli quoque existeret magnitudo et, quantum gloriae triumphoque opus esset, assequeremur, periculosam et gravem illam dimicationem evitaremus, nihil tam esset optandum: nunc, si Parthus movet aliquid, scio non mediocrem fore contentionem; tuus porro exercitus vix unum saltum tueri potest. Hanc autem nemo ducit rationem, sed omnia desiderantur ab eo, tamquam nihil denegatum sit ei, quo minus quam paratissimus esset, qui publico negotio praepositus est. Accedit huc, quod successionem futuram propter Galliarum controversiam non video. Tametsi hac de re puto te constitutum, quid facturus esses, habere, tamen, quo maturius constitueres, cum hunc eventum providebam, visum est, ut te facerem certiorem; nosti enim haec tralaticia: de Galliis constituetur; erit, qui intercedat; deinde alius existet, qui, nisi libere liceat de omnibus provinciis decernere senatui, reliquas impediat: sic multum ac diu ludetur, atque ita diu, ut plus biennium in hic tricis moremur. Si quid novi de re publica quod tibi scriberem haberem, usus essem mea consuetudine, ut diligenter, et quid actum esset et quid ex eo futurum sperarem, perscriberem. Sane tamquam in quodam incili iam omnia adhaeserunt. Marcellus idem illud de provinciis urget, neque adhuc frequentem senatum is efficere potuit. Hoc sic praeterito anno Curio tribunus erit et eadem actio de provinciis introibit: quam facile tunc sit omnia impedire et quam hoc Caesari, qui sua causa rem publicam non curent, sperent, non te fallit.


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Roma, tutti se probabilmente Reno, metà Garonna, rimbombano settembre anche il 51
CELIO
prende eredita SALUTA i CICERONE

Quanto
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