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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 6 - 12

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XII. Scr. Romae a.u.c. 708.
CICERO AMPIO SAL. PLUR

Gratulor tibi, mi Balbe, vereque gratulor nec sum tam stultus, ut te usura falsi gaudii frui velim, deinde frangi repente atque ita cadere, ut nulla res te ad aequitatem animi possit postea extollere. Egi tuam causam apertius, quam mea tempora ferebant; vincebatur enim fortuna ipsa debilitatae gratiae nostrae tui caritate et meo perpetuo erga te amore culto a te diligentissime. Omnia promissa confirmata certa et rata sunt, quae ad reditum et ad salutem tuam pertinent: vidi, cognovi, interfui; etenim omnes Caesaris familiares satis opportune habet implicatos consuetudine et benevolentia sic, ut, cum ab illo discesserint, me habeant proximum. Hoc Pansa, Hirtius, Balbus, Oppius, Matius, Postumus plane ita faciunt, ut me unice diligant: quod si mihi per me efficiundum fuisset, non me poeniteret pro ratione temporum ita esse molitum; sed nihil est a me inservitum temporis causa, veteres mihi necessitudines cum iis omnibus intercedunt, quibuscum ego agere de te non destiti. Principem tamen habuimus Pansam, tui studiosissimum, mei cupidum, qui valeret apud illum non minus auctoritate quam gratia. Cimber autem Tillius mihi plane satisfecit; valent enim apud Caesarem non tam ambitiosae rogationes quam necessariae, quam quia Cimber habebat, plus valuit, quam pro ullo alio valere potuisset. Diploma statim non est datum, quod mirifica est improbitas in quibusdam, qui tulissent acerbius veniam tibi dari, quam illi appellant tubam belli civilis multaque ita dicunt, quasi non gaudeant id bellum incidisse. Quare visum est occultius agendum neque ullo modo divulgandum de te iam esse perfectum; sed id erit perbrevi, nec dubito, quin legente te has litteras confecta iam res futura sit: Pansa quidem mihi, gravis homo et certus, non solum confirmavit, verum etiam recepit perceleriter se ablaturum diploma. Mihi tamen placuit haec ad te perscribi; minus enim te firmum sermo Eppuleiae tuae lacrimaeque Ampiae declarabant, quam significant tuae litterae, atque illae arbitrabantur, quoniam a te abessent ipsae, multo in graviore te cura futurum; quare magno opere putavi angoris et doloris tui levandi causa pro certis ad te ea, quae essent certa, perscribi. Scis me antea sic solitum esse scribere ad te, magis ut consolarer fortem virum atque sapientem, quam ut exploratam spem salutis ostenderem, nisi eam, quam ab ipsa re publica, cum hic ardor restinctus esset, sperari oportere censerem. Recordare tuas litteras, quibus et magnum animum mihi semper ostendisti et ad omnes casus ferendos constantem ac paratum; quod ego non mirabar, cum recordarer te et a primis temporibus aetatis in re publica esse versatum et tuos magistratus in ipsa discrimina incidisse salutis fortunarumque communium et in hoc ipsum bellum esse ingressum, non solum ut victor beatus, sed etiam ut, si ita accidisset, victus sapiens esses. Deinde, cum studium tuum consumas in virorum fortium factis memoriae prodendis, considerare debes nihil tibi esse committendum, quamobrem eorum, quos laudas, te non simillimum praebeas. Sed haec oratio magis esset apta ad illa tempora, quae iam effugisti: nunc vero tantum te para ad haec nobiscum ferenda, quibus ego si quam medicinam invenirem, tibi quoque eandem traderem; sed est unum perfugium doctrina ac litterae, quibus semper usi sumus, quae secundis rebus delectationem modo habere videbantur, nunc vero etiam salutem. Sed, ut ad initium revertar, cave dubites, quin omnia de salute ac reditu tuo perfecta sint.


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[biancafarfalla] - [2017-09-21 18:04:48]

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