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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 5 - 18

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XVIII. Scr. Romae anno u.c. 702.
M. CICERO S. D. T. FADIO.

Etsi egomet, qui te consolari cupio, consolandus ipse sum, propterea quod nullam rem gravius iamdiu tuli quam incommodum tuum, tamen te magno opere non hortor solum, sed etiam pro amore nostro rogo atque oro, te colligas virumque praebeas et, qua condicione omnes homines et quibus temporibus nos nati simus, cogites. Plus tibi virtus tua dedit, quam fortuna abstulit, propterea quod adeptus es, quod non multi homines novi, amisisti, quae plurimi homines nobilissimi. Ea denique videtur condicio impendere legum, iudiciorum, temporum, ut optime actum cum eo videatur esse, qui quam levissima poena ab hac re publica discesserit. Tu vero, qui et fortunas et liberos habeas et nos ceterosque necessitudine et benevolentia tecum coniunctissimos, cumque magnam facultatem sis habiturus nobiscum et cum omnibus tuis vivendi, et cum tuum unum sit iudicium ex tam multis, quod reprehendatur, ut quod una sententia eaque dubia potentiae alicuius condonatum existimetur, omnibus his de causis debes istam molestiam quam levissime ferre. Meus animus erit in te liberosque tuos semper, quem tu esse vis et qui esse debet.


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MARCO
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Io,
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