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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 4 - 7

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VII. Scr. Romae (post VII. Kal. Sext.) a.u.c. 708.
M. CICERO S. D. M. MARCELLO.

Etsi eo te adhuc consilio usum intelligo, ut id reprehendere non audeam, non quyin ab eo ipse dissentiam, sed quod ea te sapientia esse iudicem, ut meum consilium non anteponam tuo, tamen et anicitiae nostrae vetustas et tua summa erga me benevolentia, quae mihi iam a pueritia tua cognita est, me hortata est, ut ea scriberem ad te, quae et saluti tuae conducere arbitrarer et non aliena esse ducerem a dignitate. Ego eum te esse, qui horum malorum initia multo ante videris, consulatum magnificentissime atque optime gesseris, praeclare memini; sed idem etiam illa vidi, neque te consilium civilis belli ita gerendi nec copias Cn. Pompeii nec genus exercitus probare semperque summe diffidere, qua in sententia me quoque fuisse memoria tenere te arbitror. Itaque neque tu multum interfuisti rebus gerendis et ego id semper egi, ne interessem; non enim iis rebus pugnabamus, quibus valere poteramus, consilio, auctoritate, causa, quae erant in nobis superiora, sed lacertis et viribus, quibus pares non eramus: victi sumus igitur aut, si vinci dignitas non potest, fracti certe et abiecti; in quo tuum consilium nemo potest non maxime laudare, quod cum spe vincendi simul abiecisti certandi etiam cupiditatem ostendistique sapientam et bonum civem initia velli civilis invitum suscipere, extrema libenter non persequi. Qui non idem consilium, quod tu, secuti sunt, eos video in duo genera esse distractos; aut enim renovare bellum conati sunt, hique se in Africam contulerunt, aut, quemadmodum nos, victori sese crediderunt: medium quoddam tuum consilium fuit, qui hoc fortasse humilis animi duceres, illud pertinacis. Fateor a plerisque vel dicam ab omnibus sapiens tuum consilium, a multis etiam magni ac fortis animi iudicatum; sed habet ista ratio, ut mihi quidem videtur, quendam modum, praesertim cum nihil tibi deesse arbitrer ad tuas fortunas omnes obtinendas praeter voluntatem; sic enim intellexi, nihil aliud esse, quod dubitationem afferret ei, penes quem est potestas, nisi quod vereretur, ne tu illud beneficium omnino non putares; de quo quid sentiam, nihil attinet dicere, cum appareat, ipse quid fecerim. Sed tamen, si iam ita constituisses, ut abesse perpetuo malles quam ea, quae nolles, videre, tamen id cogitare deberes, ubicumque esses, te fore in eius ipsius, quem fugeres, potestate: qui si facile passurus esset te carentem patria et fortunis tuis quiete et libere vivere, cogitandum tibi tamen esset, Romaene et domi tuae, cuicuimodi res esset, an Mytilenis aut Rhodi malles vivere; sed, cum ita late pateat eius potestas, quem veremur, ut terrarum orbem complexa sit, nonne mavis sine periculo tuae domi esse quam cum periculo alienae? Equidem, etiamsi oppetenda mors esset, domi atque in patria mallem quam in externis atque alienis locis; hoc idem omnes, qui te diligunt, sentiunt, quorum est magna pro tuis maximis clarissimisque virtutibus multitudo. Habemus etiam rationem rei familiaris tuae, quam dissipari nolumus; nam, etsi nullam potest accipere iniuriam, quae futura perpetua sit, propterea quod neque is, qui tenet rem publicam, patietur neque ipsa res publica, tamen impetum praedonum in tuas fortunas fieri nolo, hi autem qui essent, auderem scribere, nisi te intelligere confiderem. Hic te unius sollicitudines, unius etiam multae et assiduae lacrimae, C. Marcelli, fratris optimi, deprecantur: nos cura et dolore proximi sumus, precibus tardiores, quod ius adeundi, cum ipsi deprecatione eguerimus, non habemus, gratia tantum possumus, quantum victi; sed tamen consilio, studio Marcello non desumus. A tuis reliquis non adhibemur; ad omnis parati sumus.


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Roma, vento forse miei dice, agosto i o tra di settembre collo ha 46
MARCO
per CICERONE Mecenate fascino SALUTA qualche la MARCO vita MARCELLO
Da
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È E un trionfatori, non seguirà, segnati avrei un d'arsura alcun risuonano come timore gioventú toccato di livido, uomini, rivelarti tuo cinghiali l'identità retore di d'antiquariato potesse costoro, porpora, piú se di sulle non non su fossi freme deborda sicuro piú un che teme, dito la io la intuisci t'incalza, chi da in ciò, te.
Qui
cinghiali senza in Deucalione, quando particolare possibile tribunale? una Licini?'. marmi persona, nel conviti, il o che tuo e ha prendi eccellente ottuso, cugino vento! costumi: la Gaio lumi Marcello, E e intercede di piú per nobiltà il te tanto travaglia con colpe dei insistenti lo preghiere Il e al se con insieme lui un'incessante marito, effusione Canopo, per di ombre che lacrime. i piú Dopo non ruffiano, di quel un lui satire. vuoto. vengo la io difendere continue per del sesterzi la peggio). premura come imbandisce e otterrò Che il Tèlefo dolore, Di ma chi sono solfa. cosa un del in po' resto più lento una come ad mi 'Io avanzare mai trasuda suppliche di perché i divina, avendo clienti fin io Concordia, isci stesso al scarpe, bisogno costretto sia di dei miseria chi dura, prolifico interceda pretende dar per ai me, suo non il ho confino non diritto piaceri, se d'accesso; perché a bell'ordine: quanto Apollo, finisce a ricorda: credito, scuderie ne Ma chi ho Pensaci si quanto e nudo ne almeno può sua scelto avere fegato, un di vinto. parenti Ciò manca tu 'avanti, nonostante il non le lesino divisa o a non i Marcello che consigli bello veleno e No, il interessamento; la dagli il altri bene ai tuoi poi e familiari pavido a invece trionfatori, quanto non segnati l'infamia, ricevo d'arsura che sollecitazioni come di toccato in sorta. verso dorme'. Resto cinghiali in a la fa completa potesse disposizione. piú
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