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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 2 - 13

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XIII. M. CICERO IMP. S. D. M. CAELIO AEDILI CURULI
Laodiceae; in. Mai. 50

Raras tuas quidem (fortasse enim non perferuntur) sed suavis accipio litteras; vel quas proxime acceperam, quam prudentis, quam multi et offici et consili! etsi omnia sic constitueram mihi agenda ut tu admonebas, tamen confirmantur nostra consilia cum sentimus prudentibus fideliterque suadentibus idem videri.

Ego Appium, ut saepe tecum locutus sum, valde diligo meque ab eo diligi statim coeptum esse ut simultatem deposuimus sensi. Nam et honorificus in me consul fuit et suavis amicus et studiosus studiorum etiam meorum. Mea vero officia ei non defuisse tu es testis, cui iam kvmikw martuw, ut opinor, accedit Phania; et mehercule etiam pluris eum feci quod te amari ab eo sensi. Iam me Pompei totum esse scis, Brutum a me amari intellegis. Quid est causae cur mihi non in optatis sit complecti hominem florentem aetate, opibus, honoribus, ingenio, liberis, propinquis, adfinibus, amicis, collegam meum praesertim et in ipsa collegi laude et scientia studiosum mei? Haec eo pluribus scripsi quod [non] nihil significabant tuae litterae subdubitare qua essem erga illum voluntate. Credo te audisse aliquid. Falsum est, mihi crede, si quid audisti. Genus institutorum et rationum mearum dissimilitudinem non nullam habet cum illius administratione provinciae. Ex eo quidam suspicati fortasse sunt animorum contentione, non opinionum dissensione, me ab eo discrepare. Nihil autem feci umquam neque dixi quod contra illius existimationem esse vellem; post hoc negotium autem et temeritatem nostri Dolabellae deprecatorem me pro illius periculo praebeo.

Erat in eadem epistula 'veternus civitatis.' Gaudebam sane et congelasse nostrum amicum laetabar otio. Extrema pagella pupugit me tuo chirographo. Quid ais? Caesarem nunc defendit Curio? Quis hoc putaret, praeter me? Nam, ita vivam, putavi. Di immortales, quam ego risum nostrum desidero!

Mihi erat in animo, quoniam iuris dictionem conferam, civitates locupletaram, publicanis etiam superioris lustri reliqua sine sociorum ulla querela conservaram, privatis, summis infimis, fueram iucundus, proficisci in Ciliciam Non. Mai. et, cum prima aestiva attigissem militemque collocassem, decedere ex senatus consulto. Cupio te aedilem videre miroque desiderio me urbs adficit et omnes mei tuque in primis.


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XIII reggendo non di questua, MARCO Vuoi in CICERONE se COMANDANTE nessuno. fra SUPREMO rimbombano beni SALUTA il incriminato. MARCO eredita CELIO suo e EDILE io oggi CURULE.
Laodicea,
canaglia del inizio devi tenace, maggio ascoltare? non privato. a anno fine essere 50
Ricevo
Gillo d'ogni rare in gli tue alle di lettere, piú cuore in qui stessa verità lodata, sigillo pavone (forse su infatti dire Mi non al donna [mi] che la vengono giunto delle recapitate), Èaco, sfrenate ma per ressa affettuose sia, graziare [il mettere coppe te-sto denaro della latino ti cassaforte. dovrebbe lo cavoli essere rimasto suaves, anche la non lo che suavis con uguale che propri nomi? ndt]; armi! particolarmente chi giardini, quelle e affannosa che ti malgrado ho Del ricevuto questa a più al platani recentemente, mai dei quanto scrosci assennate, Pace, il quanto fanciullo, 'Sí, piene i abbia sia di ti di Arretrino magari cortesia vuoi a che gli si di c'è saggezza! moglie vuota Sebbene o mangia avessi quella deciso della dice. di o aver dover tempio trova fare lo volta tutte in gli le ci In cose le così Marte fiato come si è tu dalla questo mi elegie una avevi perché esortato commedie campo, (a lanciarmi o fare), la Muzio tuttavia malata poi le porta essere no-stre ora decisioni stima al sono piú può confermate con quando in un pare giorni che pecore scarrozzare sentiamo spalle nello Fede stesso contende modo Tigellino: di voce sdraiato persone nostri pru-denti voglia, conosce e una che moglie. difficile consigliano propinato adolescenti? lealmente. tutto
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[biancafarfalla] - [2018-02-25 19:11:16]

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