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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 2 - 12

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XII. M. CICERO IMP. S. D. M. CAELIO AEDILI CURULI
in castris ad Pyramum(?); c. v Kal. Quint. 50

Sollicitus equidem eram de rebus urbanis. Ita tumultuosae contiones, ita molestae Quinquatrus adferebantur; nam citeriora nondum audieramus. Sed tamen nihil me magis sollicitabat quam in his molestiis non me, si quae ridenda essent, ridere tecum; sunt enim multa, sed ea non audeo scribere. Illud moleste fero, nihil me adhuc his de rebus habere tuarum litterarum. Qua re, etsi, cum tu haec leges, ego iam annuum munus confecero, tamen obviae mihi velim sint tuae litterae quae me erudiant de omni re publica, ne hospes plane veniam. Hoc melius quam tu facere nemo potest.

Diogenes tuus, homo modestus, a me cum Philone Pessinuntem discessit. Iter habebant [ad] Adiatorigem, quamquam omnia nec benigna nec copiosa cognorant.

Urbem, urbem, mi Rufe, cole et in ista luce vive! omnis peregrinatio, quod ego ab adulescentia iudicavi, obscura et sordida est iis quorum industria Romae potest illustris esse. Quod cum probe scirem, utinam in sententia permansissem! cum una mehercule ambulatiuncula atque uno sermone nostro omnis fructus provinciae non confero. Spero me integritatis laudem consecutum: non erat minor ex contemnenda quam est ex conservata provincia. Spem triumphi inicis: satis gloriose triumpharem, non essem quidem tam diu in desiderio rerum mihi carissimarum. Sed, ut spero, propediem te videbo. Tu mihi obviam mitte epistulas te dignas.


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MARCO
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Sono
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