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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 2 - 8

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VIII. M. CICERO PRO COS. S. D. M. CAELIO
Athenis; prid. Non. Quint. 51

Quid? Tu me hoc tibi mandasse existimas ut mihi gladiatorum compositiones, ut vadimonia dilata et Chresti compilationem mitteres et ea quae nobis cum Romae sumus narrare nemo audeat? Vide quantum tibi meo iudicio tribuam (nec mehercule iniuria; politikteron enim te adhuc neminem cognovi): ne illa quidem curo mihi scribas quae maximis in rebus rei publicae geruntur cottidie, nisi quid ad me ipsum pertinebit. Scribent alii, multi nuntiabunt, perferet multa etiam ipse rumor. Qua re ego nec praeterita nec praesentia abs te sed, ut ab homine longe in posterum prospiciente, futura exspecto, ut ex tuis litteris, cum formam rei publicae viderim, quale aedificium futurum sit scire possim. Neque tamen adhuc habeo quod te accusem; neque enim fuit quod tu plus providere posses quam quivis nostrum in primisque ego, qui cum Pompeio compluris dies nullis in aliis nisi de re publica sermonibus versatus sum. Quae nec possunt scribi nec scribenda sunt; tantum habeto, civem egregium esse Pompeium et ad omnia quae providenda sunt in re publica et animo et consilio paratum. Qua re da te homini; complectetur, mihi crede. Iam idem illi et boni et mali cives videntur qui nobis videri solent.

Ego, cum Athenis decem ipsos dies fuissem multumque mecum Gallus noster Caninius, proficiscebar inde prid. Non. Quint., cum hoc ad te litterarum dedi. Tibi cum omnia mea commendatissima esse cupio tum nihil magis quam ne tempus nobis provinciae prorogetur. In eo mihi sunt omnia. Quod quando et quo modo et per quos agendum sit, tu optime constitues.


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Atene, lontani 6 fiume Galli, luglio il Vittoria, 51
MARCO
è CICERONE, ai la PROCONSOLE, Belgi, spronarmi? SALUTA questi MARCO nel CELIO

Ma
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