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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 11 - 7

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11.7

Scr. Brundisi xiv Kal. Ian. a. 706 (48).
CICERO ATTICO SAL.


gratae tuae mihi litterae sunt, quibus accurate perscripsisti omnia quae ad me pertinere arbitratus es. et factum igitur tu scribis istis placere <et placere> isdem istis lictoribus me uti, quod concessum Sestio sit; cui non puto suos esse concessos sed ab ipso datos. audio enim eum ea senatus consulta improbare quae post discessum tribunorum facta sunt. qua re poterit, si volet sibi constare, nostros lictores comprobare.

[2] quamquam quid ego de lictoribus qui paene ex Italia decedere sim iussus? nam ad me misit Antonius exemplum Caesaris ad se litterarum in quibus erat se audisse Catonem et L. Metellum in Italiam venisse Romae ut essent palam. id sibi non placere ne qui motus ex eo fierent; prohiberique omnis Italia nisi quorum ipse causam cognovisset; deque eo vehementius erat scriptum. itaque Antonius petebat a me per litteras ut sibi ignoscerem; facere se non posse quin iis litteris pareret. tum ad eum misi L. Lamiam qui demonstraret illum Dolabellae dixisse ut ad me scriberet ut in Italiam quam primum venirem; eius me litteris venisse. tum ille edixit ita ut me exciperet et Laelium nominatim. quod sane nollem; poterat enim sine nomine res ipsa excipi.

[3] O multas et gravis offensiones! quas quidem tu das operam ut lenias, nec tamen nihil proficis, quin hoc ipso minuis dolorem meum, quod ut minuas tam valde laboras; idque velim ne gravere quam saepissime facere. maxime autem adsequere quod vis, si me adduxeris ut existimem me bonorum iudicium non funditus perdidisse. quamquam quid tu in eo potes? nihil scilicet. sed si quid res dabit tibi facultatis, id me maxime consolari poterit; quod nunc quidem video non esse sed, si quid, ex eventis, ut hoc nunc accidit. dicebar debuisse cum Pompeio proficisci. exitus illius minuit eius offici praetermissi reprehensionem. sed ex omnibus nihil magis tamen desideratur <quam> quod in Africam non ierim.

iudicio hoc sum usus non esse barbaris auxiliis fallacissimae gentis rem publicam defendendam, praesertim contra exercitum saepe victorem. non probant fortasse; multos enim viros bonos in Africam venisse audio et scio fuisse antea. valde hoc loco urgeor. hic quoque opus est casu, <ut> aliqui sint ex eis aut, si potest, omnes qui salutem anteponant. nam si perseverant et obtinent, quid nobis futurum sit vides. dices, 'quid illis, si victi erunt?' honestior est plaga. haec me excruciant.

[4] Sulpici autem consilium non scripsisti cur meo non anteponeres. quod etsi non tam gloriosum est quam Catonis, tamen et periculo vacuum est et dolore. extremum est eorum qui in Achaia sunt. ii tamen ipsi se hoc melius habent quam nos quod et multi sunt uno in loco et, cum <in> Italiam venerint, domum statim venerint. haec tu perge, ut facis, mitigare et probare quam plurimis.

[5] quod te excusas, ego vero et tuas causas nosco et mea interesse puto te istic esse vel ut cum iis quibus oportebit agas quae erunt agenda de nobis, ut ea quae egisti. in primisque hoc velim animadvertas. multos esse arbitror qui ad Caesarem detulerint delaturive sint me aut paenitere consili mei aut non probare quae fiant. quorum etsi utrumque verum est, tamen ab illis dicitur animo a me alienato, non quo ita esse perspexerint. sed <in eo est> totum ut hoc Balbus sustineat et Oppius et eorum crebris litteris illius voluntas erga me confirmetur. et hoc plane ut fiat diligentiam adhibebis.

[6] alterum est cur te nolim discedere, quod scribis <Tulliam> te flagitare. O rem miseram! quid scribam aut quid velim? breve faciam, lacrimae enim se subito profuderunt. tibi permitto, tu consule; tantum vide ne hoc tempore isti obesse aliquid possit. ignosce, obsecro te. non possum prae fletu et dolore diutius in hoc loco commorari. tantum dicam, nihil mihi gratius esse quam quod eam diligis.

[7] quod litteras quibus putas opus esse curas dandas facis commode. Quintum filium vidi qui Sami vidisset, patrem Sicyone: quorum deprecatio est facilis. Vtinam illi qui prius illum viderint me apud eum velint adiutum tantum quantum ego illos vellem si quid possem!

[8] quod rogas ut in bonam partem accipiam si qua sint in tuis litteris quae me mordeant, ego vero in optimam teque rogo ut aperte, quem ad modum facis, scribas ad me omnia idque facias quam saepissime. vale. xiiii K. Ian.


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[degiovfe] - [2016-02-10 09:42:57]

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[biancafarfalla] - [2017-08-19 19:24:32]

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