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Celso - De Medicina - 2 - 12

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[1a] Deiectionem autem antiqui variis medicamentis crebraque alvi ductione in omnibus paene morbis moliebantur; dabantque aut nigrum veratrum aut filiculam aut squamam aeris, quam ?ep?da ?a???? Graeci vocant, aut lactucae marinae lac, cuius gutta pani adiecta abunde purgat, aut lac vel asininum aut bubulum, vel caprinum, eique salis paulum adiciebant, decoquebantque id et sublatis is, quae coierant, quod quasi serum supererat, bibere cogebant. [1b] Sed medicamenta stomachum fere laedunt: alvus si vehementius fluit aut saepius ducitur, hominem infirmat. Ergo numquam in adversa valetudine medicamentum eius rei causa recte datur, nisi ubi is morbus sine febre est, ut cum veratrum nigrum aut atra bile vexatis aut cum tristitia insanientibus aut iis, quorum nervi parte aliqua resoluti sunt, datur. [1c] At <ubi> febres sunt, satius est eius rei causa cibos potionesque adsumere, qui simul et alant et ventrem molliant; suntque valetudinis genera, quibus ex lacte purgatio convenit.
[2a] Plerumque vero alvus potius ducenda est; quod ab Asclepiade quoque sic temperatum, ut tamen servatum sit, video plerumque saeculo nostro praeteriri. Est autem ea moderatio, quam is secutus videtur, aptissima, ut neque saepe ea medicina temptetur, et tamen semel, summum vel bis non omittatur: [2b] si caput grave est; si oculi caligant; si morbus maioris intestini est, quod Graeci colum [?????] nominant; si in imo ventre aut si in coxa dolores sunt; si in stomachum quaedam biliosa concurrunt, vel etiam pituita eo s<e> umorue aliquis aquae similis confert; si spiritus difficilius redditur; si nihil per se venter excernit, utique si iuxta quoque stercus est et intus remanet, aut si stercoris odorem nihil deiciens aeger ex spiritu suo sentit, aut si corruptum est quod excernitur; aut si prima inedia febrem non sustulit; aut si sanguinem mitti, cum opus sit, vires non patiuntur tempusue eius rei praeterit, aut si multum ante morbum aliquis potavit; [2c] aut si is, qui saepe vel sponte vel casu purgatus est, subito habet alvum suppressam. Seruanda vero illa sunt, ne ante tertium diem ducatur; ne ulla cruditate substante; <ne> in corpore infirmo diuque in adversa valetudine exhausto, neue in eo, cui satis alvus cottidie reddit quiue eam liquidam habebit; ne in ipso accessionis impetu, quia quod tum infusum est, alvo continetur, regestumque in caput multo gravius periculum efficit. [2d] Pridie vero abstineri debet aeger, ut aptus tali curationi sit, eodem die ante aliquot horas aquam calidam bibere, ut superiores eius partes madescant; tum inmittenda in alvum est, si levi medicina contenti sumus, pura aqua, si paulo valentiore, mulsa; [2e] si leni, ea, in qua faenum Graecum vel tisana vel malua decocta sit, [si reprimendi causa, ex verbenis] acris autem est marina aqua vel alia sale adiecto; atque utraque decocta commodior est. Acrior fit adiecto vel oleo vel nitro vel melle: quoque acrior est, eo plus extrahit, sed minus facile sustinetur. Idque, quod infunditur, neque frigidum esse oportet neque calidum, ne alterutro modo laedat. Cum infusum est, quantum fieri potest, continere se in lecticulo debet aeger, nec primae cupiditati deiectionis protinus cedere: ubi necesse est, tum demum desidere. [2f] Fereque eo modo dempta materia, superioribus partibus levatis, morbum ipsum mollit. Cum vero, quotiens res coegit, desidendo aliquis se exhausit, paulisper debet conquiescere; et ne vires deficiant, utique eo die cibum adsumere; qui plenior an exiguus sit, ex ratione eius accessionis, quae expectabitur aut in metu non erit, aestimari oportebit.


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[degiovfe] - [2017-09-29 12:45:42]

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