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Agostino - De Trinitate - Liber Xiv - 21

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[XV 21] Quod ideo certe non dubitat quoniam misera est et beata esse desiderat, nec ob aliud fieri sperat hoc posse nisi quia est mutabilis. Nam si mutabilis non esset, sicut ex beata misera sic ex misera beata esse non posset. Et quid eam fecisset miseram sub omnipotente et bono domino nisi peccatum suum et iustitia domini sui? Et quid eam faciet beatam nisi meritum suum et praemium domini sui? Sed et meritum eius gratia est illius cuius praemium erit beatitudo eius. Iustitiam quippe sibi dare non potest quam perditam non habet. Hanc enim cum homo conderetur accepit et peccando utique perdidit. Accipit ergo iustitiam propter quam beatitudinem accipere mereatur. Vnde uaraciter ei dicitur ab apostolo quasi de suo bono superbire incipienti: Quid enim habes quod non accepisti? Si autem accepisti, quid gloriaris quasi non acceperis?

Quando autem bene recordatur domini sui spiritu eius accepto, sentit omnino quia hoc discit intimo magisterio, non nisi eius gratuito effectu posset se surgere, nonnisi suo uoluntario defectu cadere potuisse. Non sane reminiscitur beatitudinis suae. Fuit quippe illa et non est, eiusque ista penitus oblita est, ideoque nec commemorari potest. Credit autem de illa fide dignis litteris dei sui per eius prophetas conscriptis narrantibus de felicitate paradisi atque illud primum et bonum hominis et malum historica traditione indicantibus. Domini autem dei sui reminiscitur. Ille quippe semper est, nec fuit et non est, nec est et non fuit, sed sicut numquam non erit ita numquam non erat. Et ubique totus est, propter quod ista in illo et uiuit et mouetur et est, et ideo eius reminisci potest.

Non quia hoc recordatur quod eum nouerat in Adam aut alibi alicubi ante huius corporis uitam aut cum primum facta est ut insereretur huic corpori; nihil enim horum omnino reminiscitur; quidquid horum est obliuione deletum est. Sed commemoratur ut conuertatur ad dominum, tamquam ad eam lucem qua etiam cum ab illo auerteretur quodam modo tangebatur. Nam hinc est quod etiam impii cogitant aeternitatem et multa recte reprehendunt recteque laudant in hominum moribus.

Quibus ea tandem regulis iudicant nisi in quibus uident quemadmodum quisque uiuere debeat etiamsi nec ipsi eodem modo uiuant? Vbi eas uident? Neque enim in sua natura, cum procul dubio mente ista uideantur, eorumque mentes constet esse mutabiles, has uero regulas immutabiles uideat quisquis in eis et hoc uidere potuerit; nec in habitu suae mentis cum illae regulae sint iustitiae, mentes uero eorum esse constet iniustas. Vbinam sunt istae regulae scriptae, ubi quid sit iustum et iniustus agnoscit, ubi cernit habendum esse quod ipse non habet? Vbi ergo scriptae sunt, nisi in libro lucis illius quae ueritas dicitur unde omnis lex iusta describitur et in cor hominis qui operatur iustitiam non migrando sed tamquam imprimendo transfertur, sicut imago ex anulo et in ceram transit et anulum non relinquit? Qui uero non operatur et tamen uidet quid operandum sit, ipse est qui ab illa luce auertitur, a qua tamen tangitur. Qui autem nec uidet quemadmodum sit uiuendum excusabilius quidem peccat quia non est transgressor legis incognitae, sed etiam ipse splendore aliquotiens ubique praesentis ueritatis attingitur quando admonitus confitetur.


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[degiovfe] - [2011-04-12 10:08:01]

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