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Agostino - De Trinitate - Liber Xiv - 8

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[8] Sed hanc aetatem omittamus quae nec interrogari potest quid in se agatur et nos ipsi eius ualde obliti sumus. Hinc tantum certos nos esse suffecerit quod cum homo de animi sui natura cogitare potuerit atque inuenire quod uerum est, alibi non inueniet quam penes se ipsum. Inueniet autem non quod nesciebat sed unde non cogitabat. Quid enim scimus si quod est in nostra mente nescimus cum omnia quae scimus non nisi mente scire possimus?

[VI] Tanta est tamen cogitationis uis ut nec ipsa mens quodam modo se in conspectu suo ponat nisi quando se cogitat, ac per hoc ita nihil in conspectu mentis est nisi unde cogitatur ut nec ipsa mens qua cogitatur quidquid cogitatur aliter possit esse in conspectu suo nisi se ipsam cogitando. Quomodo autem quando se non cogitat in conspectu suo non sit cum sine se ipsa numquam esse possit quasi aliud sit ipsa, aliud conspectus eius, inuenire non possum. Hoc quippe de oculo corporis non absurde dicitur. Ipse quippe oculus loco suo est fixus in corpore; aspectus autem eius in ea quae extra sunt tenditur et usque in sidera extenditur. Nec est oculus in conspectu suo quandoquidem non conspicit se ipsum nisi speculo obiecto unde iam locuti sumus. Quod non fit utique quando se mens in suo conspectu sui cogitatione constituit. Numquid ergo alia sua parte aliam suam partem uidet cum se conspicit cogitando sicut aliis membris nostris qui sunt oculi alia nostra membra conspicimus quae in nostro possunt esse conspectu? Quid dici absurdius uel sentiri potest? Vnde igitur aufertur mens nisi a se ipsa, et ubi ponitur in conspectu suo nisi ante se ipsam? Non ergo ibi erit ubi erat quando in conspectu suo non erat quia hic posita, inde sublata est? Sed si conspicienda migrauit, conspectura ubi manebit? An quasi geminatur ut et illic sit et hic, id est et ubi conspicere et ubi conspici possit, ut in se sit conspiciens ante se conspicua? Nihil horum nobis ueritas consulta respondet quoniam quando isto modo cogitamus non nisi corporum fictas imagines cogitamus, quod mentem non esse paucis certissimum est mentibus a quibus potest de hac re ueritas consuli.

Proinde restat ut aliquid pertinens ad eius naturam sit conspectus eius, et in eam quando se cogitat non quasi per loci spatium sed incorporea conuersione reuocetur. Cum uero non se cogitat, non sit quidem in conspectu suo nec de illa suus formetur obtutus, sed tamen nouerit se tanquam ipsa sit sibi memoria sui. Sicut multarum disciplinarum peritus ea quae nouit eius memoria continentur, nec est inde aliquid in conspectu mentis eius nisi unde cogitat; cetera in arcana quadam notitia sunt recondita quae memoria nuncupatur. Ideo trinitatem sic commendabamus ut illud unde formatur cogitantis obtutus in memoria poneremus, ipsam uero conformationem tamquam imaginem quae inde imprimitur, at illud quo utrumque coniungitur amorem seu uoluntatem. Mens igitur quando cogitatione se conspicit, intellegit se et recognoscit: gignit ergo hunc intellectum et cognitionem suam. Res quippe incorporea intellecta conspicitur, et intellegendo cognoscitur. Nec ita sane gignit istam notitiam suam mens quando cogitando intellectam se conspicit tamquam sibi ante incognita fuerit, sed ita sibi nota erat quemadmodum notae sunt res quae memoria continentur etiamsi non cogitentur (quoniam dicimus hominem nosse litteras etiam cum de aliis rebus, non de litteris cogitat). Haec autem duo, gignens et genitum, dilectione tertia copulantur quae nihil est aliud quam uoluntas fruendum aliquid appetens uel tenens. Ideoque etiam illis tribus nominibus insinuandam mentis putauimus trinitatem, memoria, intellegentia, uoluntate.


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delitti
6.
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[degiovfe] - [2011-04-12 09:54:29]

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